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M.Te Canin – via ferrata Julia

In discesa sulla cresta Est

Indicazioni per il parcheggio.

Arrivati all’abitato di Chiusaforte dalla SS 13 Pontebbana,  si sale la Val Raccolana fino a Sella Nevea raggiungendo il punto (m 1.103) in cui parte la cabinovia per il Rifugio Gilberti  (sulla destra, disponibilità di ampio parcheggio). Essendo già di per se il percorso per la cima del Canin piuttosto lungo, in questa escursione si è preferito l’utilizzo della cabinovia piuttosto che impegnare il sentiero che sale al Gilberti rasentando la base orientale del Bila Pec (ulteriori 730 m di dislivello, può essere gradevole come escursione invernale con neve non abbondante). Gli orari estivi di apertura della cabinovia sono indicativamente dalle ore 8.30 alle ore 17.30 (giorni feriali). Per informazioni su costi ed orari aggiornati meglio contattare preventivamente la Promotour che gestisce l’impianto. Attenzione a pianificare bene la partenza dell’escursione cercando di prendere la cabinovia il prima possibile se non si vuole rischiare di dover scendere a valle a piedi (e dopo circa 8 ore complessive di giro potrebbe non essere così piacevole…).

Escursione.

La nostra avventura verso la cima del Canin parte dal Rifugio Gilberti (m 1850), costruzione in pietra molto carina dai caratteristici scuretti bianco-blu alle finestre, affollata d’estate anche dai non escursionisti che vogliono trascorrere alcune ore in relax gustandosi l’aria fresca di montagna. Lasciato il rifugio sulla sinistra, ci incamminiamo subito lungo il sentiero CAI 632 che sale a Sella Bila Pec. Il sentiero attraversa una china erbosa abbastanza ripida e si inerpica tra massi e detriti fino a raggiungere una costruzione in pietra diroccata (il rudere dell’ex rifugio Canin). Girandoci indietro durante la salita, possiamo rivolgere lo sguardo verso l’ampia Conca Prevala su cui vigila come un mitologico ciclope il Monte Forato, facilmente individuabile in alto a destra del Gilberti. Giunti in sella Bila Pec, il panorama si apre su un gigantesco catino traforato di inghiottitoi ed abissi verso il quale un tempo si allungavano le ultime lingue del ghiacciaio del Canin. Si prosegue quindi sul comodo anche se non molto ampio sentiero 632, perdendo inizialmente qualche metro di quota per poi riguadagnarla subito dopo fino ad arrivare al bivio che porta a Ovest verso il bivacco Marussich e la Sella di Grubia. Il panorama a Nord al di la della val Raccolana è ricchissimo di spunti per future escursioni, spaziando dal Modeon dal Buinz alla Creta di Terrarossa, all’imponente Jof di Montasio, fino allo Zabus e al Cimone dalle caratteristiche striature grigio-verdi. Superata la diramazione con il 632 che lasciamo sulla destra, proseguiamo in salita (bolli rossi) verso Sud sorpassando fasce di rocce e roccette e rimontando detriti di varie dimensioni. Si raggiunge quindi un grande dosso morenico traforato in più punti da profondi pozzi ricoperti da spessi strati di ghiaccio. Facendo attenzione a non avvicinarsi troppo, costeggiamo le aperture sulla destra e ci incamminiamo verso il ghiacciaio (o ciò che ne rimane) che ormai si intravede estendersi ai piedi del Canin. Lasciato l’ultimo bollo rosso, la traccia da seguire verso l’attacco della ferrata Julia non è molto definita e occorre cercare di orientarsi mirando il più possibile al cono nevoso che si incunea tra il Canin e il M.Te Ursic. La salita sul ghiacciaio, seppur non difficilissima se fatta d’estate, va affrontata con attenzione sopratutto nella parte sommitale più ripida. Per i meno esperti, è consigliato l’utilizzo di ramponi da neve o almeno degli ormai diffusi ramponcini in gomma facilmente trasportabili ed applicabili sotto gli scarponi. Le condizioni del ghiacciaio possono inoltre variare di anno in anno a seconda delle precipitazioni nevose invernali, il percorso di avvicinamento seguito potrebbe pertanto differire da quanto qui descritto. Prima di giungere all’attacco della Julia, posto sulle rocce a destra del canalone tra Ursic e Canin, è vantaggioso fare una pausa su una delle piattaforme rocciose affioranti poco prima della sommità del ghiacciaio per indossare imbrago, guanti, caschetto e set di autoassicurazione (assolutamente indispensabili per affrontare la salita in sicurezza). Si eviterà così di dover infilare l’equipaggiamento nel punto in cui parte effettivamente la ferrata, reso molto stretto e scomodo dalla presenza del ghiaccio. Inizia a questo punto la parte più interessante dell’escursione, almeno per chi vuole cimentarsi con qualcosa di diverso dai soliti sentieri. La ferrata Julia è stata recentemente rinnovata e risistemata dagli alpini e le attrezzature sono pertanto in perfetto stato (ancora scintillanti!). I tiri di corda tra un fittone e l’altro sono quasi sempre brevi e sono presenti anche degli anelli in gomma a protezione dei fittoni stessi per attutire un eventuale impatto con i moschettoni in caso di caduta. Per questo motivo la ferrata può essere adatta anche per i neofiti (chi scrive non ne aveva mai fatta una prima !) purché ovviamente in compagnia di persone già esperte e con il dovuto grado di allenamento fisico (attenzione a stiramenti e crampi alle cosce e alle braccia: l’arrampicata richiede il coinvolgimento di muscoli diversi da quelli solitamente più sollecitati camminando normalmente). Per chi non è abituato a vie di questo genere, la Julia presenta subito un primo tratto molto ripido dove è facile dire “se è tutta così, non ce la posso fare”. La verticalità e la scarsità di appigli iniziale è dovuta al recedere del ghiacciaio che ha di fatto abbassato la quota di partenza (pensate che la ferrata originale iniziava 30m più in alto !) e ha levigato le prime placche rocciose. Superate queste ultime con un po di impegno e aiutandosi con cavo e fittoni, si giunge tuttavia abbastanza rapidamente ad un tratto meno difficile che ci porta poi sulla destra alla targa “Via Ferrata Julia” (da dove appunto avevano originariamente inizio le attrezzature). Dalla targa si prosegue poi lungo fessure superficiali e roccette inclinate aiutandosi sempre con il cavo ed in alcuni tratti anche con delle provvidenziali staffe metalliche. Arrivati al termine dell’ultimo canalino, si sbuca letteralmente in mezzo al sentiero che proviene da Conca Prevala e sale in cima al Canin per la via normale. Dopo una doverosa stretta di mano tra i partecipanti per aver compiuto l’eroica arrampicata, ci si dirige quindi a destra lungo il sentiero roccioso che, con qualche piccolo salto, ci porta in pochi minuti alla vetta (m 2587). Dalla cima del Canin si può spazzare la vista sugli imponenti contrafforti delle Giulie a Nord e su alcune delle più importanti vette d’oltreconfine a Sud, andando dal Mangart allo Jalovec, al Triglav e al Krn (o Monte Nero come diciamo noi). La croce sommitale è un semplice incrocio di assi in legno martoriate dai fulmini che ci ricorda la grandezza di quanto ci circonda e ci  sentiamo in pace con noi stessi, qui, ora, su questo dente di roccia in mezzo alle nuvole. Dopo esserci rifocillati e un po ritemprati (ma riposando al massimo mezz’ora se non vogliamo perdere la funivia di rientro) è già il momento di rimettersi in cammino per il rientro a valle. Torniamo quindi sui nostri passi dirigendoci a Est verso l’uscita della ferrata, sorpassato il quale scendiamo rapidamente verso una spaccatura che si affaccia a Nord per poi risale andando a riguadagnare il filo di cresta. Sulla sommità di un’ampia placca inclinata, in un paesaggio etereo e lunare, troviamo quindi il cartello metallico che indica la “Via delle Cenge”. La discesa lungo la Via delle Cenge risulta essere particolarmente impegnativa (come dice il cartello stesso), non tanto per la difficoltà tecnica del percorso, che comunque prevede tratti in arrampicata di I e II grado, quanto per la costante esposizione e la totale assenza di attrezzature. Meglio quindi proseguire lungo il sentiero verso Prevala che, seppur allungando di molto il percorso, ci regalerà comunque ancora diversi scorci interessanti. La via di rientro (che di fatto è la normale per la cima del Canin fatta a ritroso) è un sentiero non troppo definito tra rocce e roccette che presenta ancora alcuni tratti con cavo passamano. Il primo di questi è assolutamente tranquillo (il cavo è anzi quasi superfluo) mentre sul secondo passaggio ci troviamo ad attraversare una selletta esposta sia a Nord che a Sud con il cavo che ballonzola insicuro per la mancanza di un fittone ormai fuoriuscito dalla roccia. In questo caso rimpiangerete decisamente la solida e luccicante ferrata Julia ! Superate le difficoltà del primo tratto, si prosegue poi comodamente sul sentiero che mantenedosi oltre quota 2300 attraversa il territorio sloveno fino ad affacciarsi su un primo valico roccioso dove troviamo al diramazione per il rifugio (Dom) Petra Skalaria (indicazioni rosse su un masso, 20 minuti al rifugio proseguendo verso Sud-Est). Noi invece tiriamo dritti per un breve tratto in salita fino a giungere in vista degli impianti di risalita ormai abbandonati dell’ex complesso sciistico di Bovec. A questo punto possiamo scegliere due vie per tornare alla sella Prevala, ovvero quella più impegnativa che sale al Foro del Monte Forato mantenendosi alta sulla sinistra oppure il sentiero che scende direttamente agli impianti sciistici sulla destra. Pur essendo attratti dalla prima via che ci consentirebbe di godere di una vista spettacolare attraverso uno delle più belle finestre naturali della regione, scegliamo questa volta per motivi di affaticamento fisico il ben più agevole percorso di destra (che comunque prevede ancora un tratto con cavo passamano per evitare scivoloni in discesa). Una volta giunti quindi ad “ammirare” il disfacimento totale delle strutture della seggiovia slovena, seguiamo poi il percorso verso Nord-Est che zig-zagando tra gli alti piloni metallici rimasti ci porta finalmente alla sella Prevala (m 1966). Da qui, una lunga (e un po noiosa) discesa costeggiando le piste da sci fino a rientrare al rifugio Gilberti (ultimi 500-600 m nuovamente in leggera salita).

Conclusioni.

L’escursione è globalmente molto appagante, sia per quanto riguarda la singolarità dei luoghi attraversati (un paesaggio finemente intarsiato di fori, depressioni e anfratti che lo rende unico in regione e  forse nel mondo) sia in quanto a gesto tecnico ed impegno fisico (almeno per gli escursionisti di medio livello come me che non vanno in cerca di cose troppo estreme). La ferrata è piacevole ed assolutamente percorribile in sicurezza ancha da alpinisti alle prime armi purchè accompagnati da compagni esperti e naturalmente sempre e solo utilizzando (correttamente) le attrezzature di auto-assicurazione ed essendo consci dei propri limiti. Vi lascio infine con questo canto degli alpini in ricordo delle lunghe marce dei nostri nonni e bisnonni sulle impervie rocce del Canin durante la Grande Guerra. Pensateci quando la strada vi sembra troppo lunga ! « Non ti ricordi quel mese d’aprile quel lungo treno che andava al confine e trasportava migliaia degli alpini su su correte è ora di partir Dopo tre giorni di strada ferrata ed altri due di lungo cammino siamo arrivati sul monte Canino e a ciel sereno ci tocca riposar Se avete fame guardate lontano se avete sete la tazza alla mano se avete sete la tazza alla mano che ci rinfresca la neve ci sarà Non più coperte, lenzuola pulite non più l’ebrezza dei dolci tuoi baci solo si sentono gli uccelli rapaci e la tormenta e il rombo del cannon »      
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