Palcoda – Tamar

Palcoda – Tamar

di Aggiornato: 7 maggio 2016 0 commenti

Indicazioni per il parcheggio.

Si deve raggiungere l’abitato di Tramonti di Sotto. Lo si può fare solo attraverso l’unica via possibile, la Strada Regionale 552 che arriva da Meduno. Una volta entrati in paese si gira la prima a destra, in Via Cleva dove appare il ristorante subito dietro la curva. Si prosegue uscendo in un pianoro fino a quando non si trova un evidente quadrivio. Noi giriamo a destra e si prosegue per la strada asfaltata per un paio di chilometri sino al divieto di accesso dove è presente anche una sbarra. Poco prima del divieto ci sono due zone dove è possibile parcheggiare.

Escursione.

ATTENZIONE!
La zona è pesantemente infestata dalle zecche. Si consiglia di attenersi ai mesi consigliati e di prendere comunque le dovute precauzioni.

Si parte dalla ampia carrabile (420 mslm) che subito attraversa il torrente Tarcenò, sarà un segno distintivo di questa uscita visto che incontreremo nel nostro percorso moltissimi Rii e rivoli d’acqua.  Nel primo tratto, sulla nostra destra, vedremo due dei possibili rientri da Tamar, ultima tappa di questa escursione ad anello. Ma il nostro primo obbiettivo dell’escursione è andare a visitare Vuar, dove è presente l’affascinante villa. Il percorso è risultato nel complesso sempre ben segnalato, sia per le direzioni da intraprendere che per le varie “destinazioni” da vedere. Una ottima organizzazione che fa grande onore a chi sta tentando di rilanciare turisticamente questi luoghi pregni di fascino.

Il primo tratto, sentiero CAI 831a, non è complesso. Ad un certo punto, dopo una curva dove un torrentello si palesa con le sue marmitte che offrono la visione di una natura selvaggia quanto magnifica, vediamo il cartello che indica a destra per Palcoda e sinistra per Vuar. Ci si infila per 5 metri sul torrente e poi si risale sul costone alla nostra sinistra. Avanti per circa 300 metri quando si vedono i muretti a secco e poco dopo un cartello in terracotta ci accoglie a Vuar (520 mslm). Alla nostra destra l’antica villa in sfacelo sulla cui facciata restano i sontuosi 11 archi che mostrano una architettura non usuale per il tempo in cui fu costruita (intorno al 1700).

Si fa ritorno da dove siamo venuti sino alle indicazioni citate in precedenza, ovvero nel CAI 831a. Durante il percorso, sempre ben visibile, passeremo accanto agli Stavoli Crovat (527 mslm) che noi abbiamo saltato, mentre sul sentiero incontreremo l’enigmatico “leone sulla roccia“, ovvero dall’altra parte del torrente Tarcenò alto si dovrebbe scorgere la figura del viso di un leone che esce dalla roccia. Un esercizio per l’immaginazione, devo dire che rende più l’idea in foto che di persona. Tranquilli, un cartello, anch’esso in terracotta vi avviserà di guardare dalla parte opposta.

Siamo vicini allo scollinamento e anche al terzo e penultimo aggancio per andare a Tamar, noi si prosegue dritti perdendo quota, da circa 650 fino 570 mslm, tanto da raggiungere il sottostante Torrente Chiarzò. Nella discesa per la prima volta vedremo in lontananza e in tutta la sua bellezza Palcoda di sopra, con il bianco campanile che sembra svettare (poi vedremo perché “sembra”).

Arrivati sotto al torrente, un cartello ci indica a sinistra per Palcoda e destra per le Cascate del Pissulat. Si prende ovviamente a sinistra, guadando il torrentello, da qui in poi è il trionfo dell’acqua, piccole sorgenti e torbe ovunque, così come il suono dell’acqua che scorre. Dopo circa 3-400 metri incontreremo i primi ruderi, si tratta di due abitazioni che danno il nome a Palcoda di sotto.

Proseguendo nel sentiero e riprendendo quota, dopo una svolta si palesa un affluente del Chiarzò, che con marmitte e cascatelle si infila nel torrente principale regalando il classico verde delle acque montante. Poco più avanti svetta un capitello votivo con un Cristo, segno che la cittadella fantasma non è lontana. Si sale ancora fino a trovare uno dei ormai noti cartelli in terracotta (bisogna dire che utilizzare la terracotta come cartello, al netto di qualche imbecille che potrebbe danneggiarlo, è una bellissima idea poiché anche in battuta di sole non si scolorirà come i classici pannelli informativi che ben conosciamo) ci indica a destra per la “Fornace” mentre in un tronco a sinistra indica l’indicazione per il mulino. Il sentiero per quest’ultimo appare piuttosto poco frequentato benché si noti il “troi” (sentiero piccolo) marcato da pietre. Abbiamo optato per andare a vedere la fornace, uscendo così dal CAI 831a. Questa si palesa dopo una cinquantina di metri, probabilmente restaurata. Davvero un manufatto di altri tempi che fa ricordare la vita passata. Sappiamo che questa è una delle due di cui disponeva il paese, probabilmente quella più potente.

Optiamo per continuare sul sentiero non ufficiale, segnato da bolli rossi sugli alberi e che andrà ad uscire proprio dietro il villaggio disegnando un piccolo anello. La nostra scelta è decisamente premiata. Una cascata davvero particolare, con un rumore “rilassante“, ma con una portata d’acqua che scivola dolce sulla parete scoscesa e che alimenta anche lei il Chiarzò. L’effetto visivo è quello di una fotografia a lunga esposizione ma vista in tempo reale, tanto che le foto che abbiamo scattato a 1/100” sembrano fatte con tempi decisamente più lunghi. Continuiamo cercando i bolli rossi nel bosco, o meglio, quello che oggi è un bosco ma i netti terrazzamenti separati dai muretti a secco, con tanto di scolo per le acque, fanno capire chiaramente che quelli erano campi coltivati nel momento di massimo splendore. Il tracciato nel bosco sembra portare lontano dal paese, ma non preoccupatevi ad un certo punto avvicinato il Chiarzò gira di colpo e ci fa scendere in quello che era un impluvio per le acque debitamente modellate con muretti a secco. Si risale sul crinale esattamente dietro Palcoda. Qui mi riaggancio al “sembra” sull’altezza del campanile, infatti a vederlo da lontano sembrava svettare rispetto alle altre costruzioni. Invece da dietro questo nemmeno si nota poiché in realtà è più basso. Tanto che per un tratto ci siamo incamminati dalla parte opposta credendo che il paesino fosse sopra di noi, ed invece era sotto.

Palcoda è bella, Venezia è sua sorella (citazione paesana).

Ci infiliamo dentro i resti delle abitazioni di Palcoda (628 mslm), tutte a più piani, ovviamente nessuna si è salvata da quasi 100 anni di abbandono, e se i tetti non esistono più, qua e la dei piani rimane qualche trave. Le gramigne e il muschio ancora oggi cercando di farsi avanti disegnando bizzarre forme che si fondono con la pietra. La vista è spettrale e affascinante allo stesso tempo,  ci fa ricordare cosa doveva essere la vita tra i viottoli dal 1400 e i primi del 1923 quando il paese fu abbandonato definitivamente.

Nel massimo splendore Palcoda contava 150 abitanti, essi vivevano di pastorizia e agricoltura, ma anche della produzione dei cappelli di paglia che erano persino venduti nel Nord Europa. Nel 1780 fu eretta una chiesa, restaurata nel 2011. Questa ovviamente spicca visivamente per la sua ricostruzione, così come il campanile dove i visitatori possono far suonare la campana, regalando al paesino “fantasma” un aurea ancora più malinconica. Si può visitare anche la piccola chiesetta, composta da due porte, una chiamata “porta del sole” è davvero imponente. Vista da davanti con il disegno del sole, ma vista dall’interno con i meccanismi di sgancio sembrano degni della più imponente delle fortezze. L’interno della chiesa è spoglio e ci sono oltre all’altare in pietra, dei cartelli informativi circa il (giustamente orgoglioso) lavoro di ricostruzione.

Riprendiamo il cammino, dopo aver fatto visita al piccolo ricovero (un manufatto decisamente moderno) con tanto di cucina e una zona notte con letti a castello. Si scende tornando a incrociare il Chiarzò per una piccola cengietta, utile perché il terreno umido e leggermente scosceso può rivelarsi insidioso. Percorriamo a ritroso il sentiero, oltre Palcoda di sotto, fino a tornare ai cartelli visti in precedenza. Qui è possibile tornare a salire sino su al “leone” e prendere il sentiero che porta a Tamar, oppure optare per un tracciato più difficile seguendo il lato del destro del torrente Chiarzò.

Noi abbiamo scelto quest’ultima opzione, anche per vedere la Cascata del Pissulat. Francamente non siamo sicuri che la cascata che abbiamo visto sia quella del Pissulat e probabilmente non lo era. Si dovrà attraversare almeno un paio di volte il torrente, quindi se nel bivio vedete che l’acqua è piuttosto abbondante tanto da non mostrare i classici sassi per guadare, vi consigliamo di tornare indietro. Questa parte del sentiero è piuttosto differente da quella percorsa sino ad ora, meno marcata ed esposta in qualche punto, inoltre si prende quota per una parte iniziale tanto da vedere il torrente davvero molto in basso per poi perderla fino a tornare sul greto del torrente stesso e doverlo attraversare nuovamente. Ad ogni modo cartelli posti ben in evidenza segnano la direzione, quindi non ci si può sbagliare.

Si sale dentro il bosco, dai 520 sino a 600 mslm dei resti di un altro piccolo comprensorio chiamato Brusat. Da qui a Tamar sono altri circa 60 metri di dislivello, basta seguire i bolli rossi sugli alberi. A Tamar è presente il Bivacco Guglielmo Varnerin (660 mslm), decisamente ben attrezzato dal CAI. Qui si può prendere l’ampia carrabile, che però tende a salire, noi consigliamo di aggirare letteralmente il bivacco. Dietro di esso parte un “troi” con muretti a secco e dopo aver attraversato l’ultimo rudere a più piani, si scende fino ad arrivare ai piedi del primo attraversamento sul Tarcenò, ovvero a circa 200 metri da dove abbiamo parcheggiato.

Bisogna dire che questa escursione è davvero ricca di cose da vedere. Oltre ai vari insediamenti umani, anche la natura cambia molto spesso con paesaggi quasi lunari, a cascate e marmitte fino alle torbiere. Un posto davvero molto bello da visitare, e anche ben mantenuto e valorizzato a livello locale. Non si può non encomiare il lavoro svolto per le insegne, al restauro della chiesa di Palcoda eccetera. Davvero un peccato per le zecche, purtroppo il sottoscritto ne ha scacciate ben una dozzina dai pantaloni, cosa che non mi era mai capitata prima d’ora. Purtroppo con una “minaccia” simile consigliamo di venire a fare visita in questi luoghi solo nei periodi di febbraio – marzo, e ottobre – novembre, opzionali i mesi di dicembre e gennaio nel caso non vi sia neve.

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